domenica 17 settembre 2017

Una settimana ad Arborea.




E' passato un bel po' di tempo da quando ho cominciato a disegnare dal vero - circa due anni - e adesso posso dire di conoscere davvero bene tutto il circondario di Oristano, o per lo meno, di averlo esplorato in lungo e in largo.
 Per cercare nuovi scorci e nuove vedute ho battuto ogni stradina sterrata della periferia cittadina, in macchina e in bicicletta, ho adocchiato il retro di ogni condominio che si affacci su canneti o  prati, e diversi campi incolti o coltivati hanno ospitato la mia ombra e il mio cavalletto. 
Una volta affrontati ed esauriti i soggetti più vicini alla zona in cui abito mi sono a poco a poco spostato verso sud, verso le distese di risaie, verso il porto e i suoi enormi capannoni ( dove sono tornato parecchie volte e realizzato per la prima volta un dipinto ad olio en pleinair), verso le paludi salmastre ricche d'acqua o imbiancate dal sale, gli stagni, la flora e gli uccelli che li popolano, le pinete, i campi coltivati a grano, i canali di irrigazione, ed eccomi arrivato ad Arborea.




Il canale che attraversa la via principale del paese.




I tetti di due strutture e del campanile della chiesa che si affacciano sulla principale piazza del paese.



La prima volta che vidi Arborea ero un bambino delle scuole elementari, ci andai in gita scolastica. 
Ricordo una strana sensazione di quella giornata; mi sembrava di essere in un luogo lontano da casa e fuori dal tempo, e forse, per la prima volta in vita mia, ho creduto di trovarmi fuori dalla Sardegna. Ma per un bambino di sei anni quale ero io cosa poteva essere la Sardegna? Non certo un luogo geografico o una cartina appesa a un muro quanto piuttosto qualcosa di familiare e di "conosciuto".


"La locanda del gallo bianco", un albergo storico che si affaccia sulla piazza del paese.



Un Ficus enorme si staglia nella piazza del paese, sullo sfondo le scuole elementari.



La passeggiata che costeggia un tratto del canale.



Ma oggi quella sensazione di disorientamento è decisamente attutita se non sparita del tutto, e si accompagna, semmai, ad un opposto sentire; quando passeggio per le vie di questo paese mi sembra quasi di sentirmi a casa. Saranno le ville storiche in stile neogotico e liberty, le belle architetture del mercato civico e delle scuole?  
Arborea appare compostamente immersa nella natura. Sopratutto lungo la via principale in cui scorre il canale abbellito da ninfee e pesci rossi, incorniciato da due file di Alberi e aiuole, fiancheggiato da una pista ciclabile e dalla passeggiata su cui si affacciano le ville storiche e il palazzo della Società Bonifiche Sarde anch'essi circondati di verde.   
Mentre disegnavo tranquillamente di fianco al canale, oltre alle macchine e ai trattori che passavano lungo la via principale, di tanto in tanto sentivo i rumori dei pesci che cercavano da mangiare tra le ninfee, lo sbattere d'ali dei piccioni che facevano la spola tra i tetti, gli alberi e le sponde del canale, sentivo il rumore delle foglie degli alberi mosse dal vento, poi vedevo qua e là qualche gatto zampettare stancamente o riposarsi all'ombra di qualche aiuola, e sopra tutto un forte odore di concime animale di cui l'aria era costantemente pregna.
Insomma, il verde e la natura:  questi giorni mi ci sono sentito immerso tal punto che ho sentito la necessità di aggiungere una nota di questo colore ai miei disegni, per sottolineare, con cautela, la naturale vitalità del paese. 


Ex silos, e sulla sinistra, il vecchio mulino.



Uno studio delle linee di forza, una sperimentazione  realizzata con le matite colorate suggeritami dalla ricca vegetazione del paese.




Mi è sembrato, andando a disegnare ad Arborea, di tradire i miei soggetti prediletti: aree urbane, palazzi, strutture industriali, grandi architetture, luoghi desolati o abbandonati. Arborea infatti è troppo rilassato per i miei gusti artistici, troppo serena, troppo perbene, troppo benessere, troppa natura.
Ma, come detto sopra, avere esaurito i soggetti interessanti in qualche modo mi ha costretto a esplorare una nuova dimensione, altri soggetti, altri temi, altre atmosfere. 
Credo che il bianco e nero si presti in qualche modo a narrare e raccontare il soggetto, mentre il colore abbia una maggiore capacità introspettiva; il bianco e nero racconta, il colore esprime. Un bravo pittore che attraverso l'esperienza arrivi a conoscere la vita del colore potrebbe abbandonare i soggetti e lavorare sull'astratto col calore emotivo e con lo spirito, o continuare a servirsi dei soggetti come semplici spunti per lavori capaci di esplorare a fondo l'animo umano. Dall'esperienza del fumetto ho ereditato la necessità di raccontare o mostrare qualcosa dell'epoca che vivo, un soggetto riconoscibile da tutti. Ma poichè alla fine è sempre dell'uomo che si parla e non solo di ciò che è capace di costruire, è altrettanto importante per me che un lavoro riesca a parlare al di là del soggetto, attraverso quel tratto e quelle dinamiche visive che esprimano la vita di quegli  sconosciuti e intoccabili stati dell'animo custoditi in chissà quale recondito spazio interiore. Un famoso fumettista Italiano, Gipi, ha detto di aver trovato il proprio stile nel momento in cui ha smesso di cercarlo, e in fondo credo di essere in qualche maniera vicino a questo stadio della mia esperienza artistica, e questo mi fa sentire un po' disorientato, turbato, insoddisfatto e privo di riferimenti sicuri, ma in questo spazio di incertezze che non è altro che il fuoco della natura umana, credo che risieda la maggiore libertà espressiva che si possa chiedere a se stessi.    




Appunti.

Una seconda veduta realizzata con l'aggiunta di macchie di acquerello verde.



















domenica 9 luglio 2017

Come nasce un acquerello. Tutta la brutale verità, dall'intenzione alla firma.








Arriva per tutti prima o poi nella vita il momento in cui, chiusi nella propria disperata solitudine, ci si domanda una volta per tutte: "Come nasce un acquerello?". Non preoccupatevi a darvi una risposta,  e se la troverete sarà solo una risposta illusoria, e poi perchè darsi pena se tanto ho io la risposta che fa per voi?
Innanzi tutto, per facilitarmi il compito intendo parlarvi di un unico caso: come è nato questo acquerello che ritrae uno scorcio di piazza Roma.

Cominciamo subito con la prima fase:
1) il concepimento, altrimenti detto "ispirazione" o intenzione.

Come sapete mi ero già dato il compito di disegnare diversi scorci della mia cittadina. Avevo già dipinto una veduta di Piazza Roma dal vivo, ritornando più volte nello stesso posto alla stessa ora, dipingendo la Torre di Mariano in primo piano, il palazzo So.Ti.Co sulla destra e Via Dritta sullo sfondo, ma non mi ritenevo soddisfatto, la Piazza è importante e mi sarebbe piaciuto lavorarci ancora, ma quando? E da quale prospettiva? Inoltre sapete bene che io sono un amante delle torri piezometriche e delle strutture moderne, mentre le vestigia antiche e le "Piazze rappresentative" non sono in cima alla lista dei soggetti che prediligo, si che una certa dose di pigrizia debilitava non poco questa mia volontà, già maldestramente alimentata da un quasi sadico e perverso senso del dovere e da una biechissima e ben poco affascinate - udite udite - prospettiva di vendita.
Ad ogni modo, un giorno come tanti, verso le sette e mezza del pomeriggio (siamo nel mese di Giugno) mi ritrovo ad Oristano per non so quale motivo, e non ricordo neppure se sono a piedi o in macchina, ricordo solo che mentre sbuco dalla Via Figoli in Piazza Roma rimango affascinato non solo dalla prospettiva ma sopratutto dal modo in cui la luce alimenta quella prospettiva: la luce è come la mamma, se non ce l'hai la tua vita è grigia, anzi, senza la mamma non esisti proprio, la luce è l'amore. Ed ecco che la luce dava quel potere eterno che l'uomo non è in grado di concepire, quell'energia che dona bellezza a qualsiasi cosa. Finalmente anche Piazza Roma mi appariva degna di un po' di attenzione.

Mi fermo qualche minuto ad osservare e già valutare il punto migliore da cui riprendere il soggetto: una fila di edifici su cui il sole calante proietta l'ombra delle palme che ornano la piazza conduce lo sguardo verso la Torre di Mariano, sullo sfondo il palazzo So.Ti.Co. con un lato abbagliato di luce e un lato in ombra che dà risalto alla torre splendente di un giallo/arancio vivo.
Dipingere tutto questo non è facile: primo perché dovrei mettermi proprio all'uscita di due ristoranti, praticamente in mezzo alla gente che mangia, secondo, ci sono macchine e furgoni parcheggiati che precludono la vista, e terzo, avrei a mala pena un'ora a disposizione perché questo è il tempo della luce calante e per di più non ho mai lavorato seriamente in questa fascia oraria.






Fase 2: i preparativi e l'inquadratura, la scelta vera e propria del soggetto.

Qualche giorno dopo, o forse qualche settimana dopo, ritorno sul posto per osservare con calma la piazza e familiarizzare col lavoro. Comincio a "memorizzare" la luce, perché viste le difficoltà che il lavoro presenta, decido di lavorare in studio.
Riprendo tutta la piazza, scatto diverse foto e una volta a casa le unisco insieme con un programma di fotoritocco professionale che si chiama Photoshop. Inizialmente il mio approccio "documentaristico" mi ha fatto pensare che avrei dipinto una bella fetta di piazza con la strada, le macchine e tutto il palazzo SoTi.Co. abbagliato di luce. Poi però, fermandomi a riflettere ho capito che c'era davvero troppa roba in ballo e ho deciso di concentrarmi sulle palme, sugli edifici in primo piano e sulla Torre, uno scorcio già abbastanza suggestivo.
Ovviamente dipingere da una foto è completamente diverso dalla pittura dal vivo: i colori della foto non sono i mutevoli e vivi colori della "realtà", ma sono colori "morti", fissi. Quindi la prima cosa che faccio è lavorare sui colori della foto col programma di foto ritocco per restituirgli quella luminosità che l'automatismo del cellulare non ha colto. Rallegro le ombre restituendogli chiarore e una vena di azzurro/blu,  ravvivo di giallo le parti inondate di luce, e lavoro sull'azzurro del cielo.
Adesso la foto ha acquisito un pizzico di anima cromatica, questo non mi servirà a copiarla paro paro con gli acquerelli o a cercare "il vero", quanto a vivificare il soggetto secondo la mia esperienza visivo/percettiva. Intendo dire che la bellezza del soggetto è prima ancora nella mia memoria ed è da lì che mi servo per elaborarlo, prima ancora che dalla foto.






Fase 3: il disegno

Una volta chiarito il soggetto e marcato l'obbiettivo cromatico si può cominciare a lavorare sul foglio. Comincio con un disegno a matita molto chiaro delle principali componenti del soggetto e passo una maschera liquida per mettere al sicuro, riparandole dal colore, le parti più in luce e quelle componenti importanti che potrebbero essere "sporcate" dalle prime fasi del lavoro.






Fase 4:

I primi "bagni" che riguardano il cielo e i colori più chiari degli edifici, le luci "deboli".






Fase 5:

Una volta asciugato il colore e il foglio lavoro ad un primo bagno delle ombre.






Fase 6:

Di nuovo, aspetto che il colore e il foglio asciughino per poi passare ai dettagli; le finestre degli edifici e i balconi, rafforzo e animo il colore e la materia la dove occorre, in particolare sui merletti della torre, sui cornicioni e sul muro in ombra del palazzo in primo piano.
Dal momento in cui ho cominciato a dipingere saranno passate tre ore, l' ottanta per cento delle quali passate ad osservare il lavoro. Mentre dipingo cerco di stare concentrato e di non perdermi sui dettagli. Quando lavoro ascolto il "risultato" cercando la compostezza e l'armonia dell'insieme, badando che ogni pennellata sia sintonizzata al contesto cromatico e formale ( per quanto l'acquerello possa essere considerato, tra molte virgolette, nemico della forma). Credo che questa attenzione sia la base di ogni lavoro artistico. Il soggetto, "insignificante", acquista qualità e sapore quando tutte le parti parlano tra loro creando quella vitalità che sorprende l'occhio e lo spirito.

Fase 7:

A questo punto posso togliere le maschere e dedicarmi alle palme in primo piano. Il lavoro ha già un suo impatto e devo stare molto attento a non appesantirlo, e purtroppo è proprio quello che accade: le palme che dipingo chiudono lo spazio e sono troppo scure e rigide rispetto alle altre forme. Questo guaio succede per ben due aquerelli! Soltanto al TERZO tentativo riesco a dipingerle in scioltezza assieme alla chioma di un albero, cercando di ottenere quel senso di freschezza, aria e movimento che le palme conferivano al soggetto nella realtà.
Il lavoro però appare un po' spento e con poco contrasto, ombra e luce non sono accordate tra loro: è il momento di vivacizzare il giallo e l'arancio delle luci degli edifici e della torre, è rischioso ma mi sembra necessario, d'altronde che cosa non è rischioso con l'acquerello? Procedo e il risultato è buono.

Fase 8: accorgimenti finali

Continuo ad osservare il lavoro: c'è ancora qualcosa su cui intervenire.... mancano i due lampioni... e poi cosa? Le palme non mi convincono. Cerco di dargli concretezza con un po' di rosso nella parte finale del tronco e un filo di arancio nelle foglie.
Ora sono soddisfatto ( si fa per dire). Nell'ultima parte del lavoro passo una tinta bianca (ecoline) sulle cornici delle finestre del palazzo in primo piano e sul lato illuminato dei lampioni.
E' fatta, il lavoro è concluso.









domenica 4 giugno 2017

Milis e San Salvatore di Sinis.

Avevo detto che sarei andato a Cagliari a dipingere e disegnare dal vivo. Be, ci sto lavorando, è un lavoro lungo e impegnativo. Intanto in queste ultime settimane ho avuto l'occasione, grazie a un paio di lavori su commissione, di visitare il novenario di San Salvatore di Sinis e fare diversi lavori su questa affascinante borgata del comune di Cabras, un luogo dal sapore messicano che in passato, nell'epoca degli "spaghetti western", venne spesso utilizzata come scenario di diversi film di questo genere.   




Per restare in tema di paesini sono stato anche a Milis, un piccolo e curato comune alle pendici del
Montiferru famoso per i suoi agrumeti e sopratutto per le arance. Ho dipinto questa piazzetta in 
cui sono spesso di passaggio, e che da qualche tempo mi ispirava un lavoro dal vivo.
 Ma veniamo a San Salvatore.




Una veduta della schiera di casette del novenario, incorniciata dallo spiovente della chiesa di San Salvatore.




Una "Ruga" del novenario. In sardo sa ruga è "La via".





Un'altra via di San Salvatore, ripresa tra le dieci e le undici del mattino, il sole batteva forte e i moscerini danzavano fastidiosamente sulla mia pelle.





La schiera di piccole casette che si affacciano sull'unica, grande piazza, poco prima del tramonto.





Uno degli acquerelli su commissione  che ho realizzato con piacere, cominciato sul posto
e terminato in studio.




 

Per finire... La mia prima giornata al mare in località Santa Caterina di Pittinuri, una grande insenatura, circondata da roccioni calcarei che cadono a picco sul mare, favoloso.


domenica 23 aprile 2017

Serbatoi dell'acqua, palme, aziende agricole e Piazza Eleonora.

Tempo fa mi ero riproposto di disegnare gli scenari Oristanesi, cioè i luoghi della città di Oristano che più attiravano il mio sguardo. E così ho fatto. Volevo in qualche modo registrare ciò che vedevo e vivevo a modo mio, con gli strumenti che conosco e che so utilizzare meglio.




Serbatoio dell'acqua di Sa Rodia.




Come amante dell'arte, del disegno e del "vedere" disegnerei qualunque cosa, o quasi, pur di assaporare la bellezza di quella cosa, la bellezza di un momento, la sua purezza. Perchè forse per un disegnatore la bellezza è anche e sopratutto questo: raccogliersi in quell'attimo, in quel momento di concentrazione o di liberazione in cui finalmente il vedere è anche un sentire, un sentire nuovo e disvelatorio. Perchè il nostro sguardo è naturalmente corrotto. Corrotto da noi stessi, da quelle anime transitorie che siamo. Non è una accusa, un giudizio o una critica delle "Futilità umane", non è un pensiero banale, è una verità nascosta dai nostri fragili equilibri. 




Azienda agricola di fronte allo stagno di S'Ena Arrubia.




Potrei disegnare il muso di un gatto, potrei disegnare una bistecca, potrei disegnare il ritratto di un personaggio famoso, una caffettiera, dei fiori illuminati dalla penombra e sentirne i colori, la luce, vedere e percepirne la bellezza. Peccato che questo non accada. Non sempre un soggetto per quanto bello o interessante riesce a catturarmi, forse sono io che non mi lascio catturare, nell'ansia di trovare una libertà seguo invece le mie catene e chiudo gli occhi sulle cose. Altre volte vedo il fascino nei miei disegni ma non lo vedo in ciò che ho disegnato.  




Idrovora dello stagno di S'Ena Arrubia.




Ad ogni modo, a parte il discorso sulla magia del "Vedere", così transitoria, labile e inafferrabile, raccontare la "mia" città e i suoi dintorni è stato comunque una bellissima esperienza che si sta avviando alla conclusione. Difatti i soggetti che più mi interessavano li ho disegnati tutti, 
quelli che davvero mi affascinano ci sono anche tornato diverse volte, dipinti ad acquerello e disegnati con le penne o visti da angolazioni differenti.
E' il caso dei serbatoi dell'acqua, di cui ho pubblicato diversi esemplari in questo post.




Torri dell'acqua in Via Vandalino Casu.




Villa Eleonora, ex casa di Vandalino Casu.




Come ho già accennato sto pensando di spostare il mio lavoro sull'area metropolitana di 
Cagliari. Be, lì c'è davvero tutto ciò che desidero: Palazzi moderni, strutture industriali, cavalcavia, strutture portuali, un bel centro storico, i castelli, i colli cittadini da cui osservare la città. Non potrei desiderare di meglio. Tra l'altro non sono nemmeno soggetti semplici... i palazzi sono belli grossi, vie cittadine lunghissime... panorami estesi... forse sto prendendo sottogamba la difficoltà e l'impegno che richiederanno certi soggetti. Riuscirò a trasferire su foglio le dimensioni cagliaritane? 
Oristano è piccola, Cagliari ha altre misure, altre grandezze. 
Ad ogni modo ci proverò e vedremo come si svilupperà la cosa. 
Sarà un lavoro lungo... 




Piazza Roma vista da Via Tharros.




Piazza Eleonora.





Una Via del quartiere San Nicola.




Via Giovanni Spano.

sabato 22 aprile 2017

Un articolo di giornale dedicato al mio lavoro.

Mi fa molto piacere che il il quotidiano La Nuova Sardegna si sia interessato ai miei disegni e acquerelli grazie a Roberta Fois, che riassume efficacemente lo spirito del lavoro che faccio in questo breve articolo:
"Oristano, quegli acquerelli che raccontano la  città".

giovedì 30 marzo 2017

Nei pressi del porto di Oristano.

In questa ultima settimana sono stato quasi tutti i giorni al porto di Oristano, alla ricerca di nuovi luoghi, di grandi strutture, fabbriche, silos, gru, navi merci, capannoni enormi, fiumi, campagna, erba, stagni, paludi, mare, spiaggia, pescatori, mucche, canneti.





Le zone industriali mi hanno sempre affascinato, l'area industriale del porto di Oristano non è molto vasta ma è comunque suggestiva.










Questi due capannoni sono enormi, ciascuno è grande quasi quanto un campo di calcio.
Non so a cosa servano, tra l'altro sono inutilizzati, dentro sono completamente vuoti.
Sembrano due giganti addormentati al tramonto. due giganti tranquilli.





Lo stabilimento della "Sarda Perlite". Questa struttura non si trova al porto, ma tra la foce del Tirso e la borgata marina di Torregrande. Si erge a ridosso della spiaggia, quasi in riva al mare, in un paesaggio che io definirei Pasoliniano. Ho deciso di disegnarla in poco tempo; circa 45 minuti, o mezz'ora, non ricordo.









Due acquerelli che ritraggono le strutture adiacenti il canalone del porto di Oristano.
Ho deciso di non disegnare il cielo e il mare per dare risalto alle forme e alle geometrie, un soggetto fatto di cubi e parallelepipedi.





Di fronte a questo canale che collega lo stagno di Santa giusta al golfo di Oristano c'era una distesa di cespugli e canneti, un soggetto con cui devo ancora fare i conti, che non sò bene come rendere. Eppure qua è pieno di canneti, paludi, erbe, cespugli di vario tipo molto belli, un paesaggio che mi piacerebbe trasmettere su carta, ma è molto difficile. La zona tra il porto e Arborea è tutta così, è molto bella, sopratutto in questo periodo. In questo lavoro mi sono aiutato coi carboncini.





Dipingere con l'acquerello è molto bello, ma devo ancora impostare la giusta marcia, sento che con l'acquerello si può crescere, sia tecnicamente che umanamente. L'acquerello è un maestro, va rispettato, va ascoltato, lasciato libero; se lo lasci libero ti insegna. A volte mi infastidisce, con quei suoi colori che quando si asciugano perdono la saturazione che hanno mentre sono ancora bagnati sul foglio. Mi infastidisce quando i colori si asciugano subito, non prendono la forma che vorrei dargli,
e allora vorrei controllarli; a volte funziona, a volte è utile e necessario, altre volte non serve assolutamente a nulla, anzi, è peggio. Altre volte si raggiunge un equilibrio tra il "controllo" e il lasciar essere dell'acqua. Probabilmente l'acquerello insegna proprio questo, la libertà dell'acqua sul foglio è una metafora della libertà umana. Come si può costringere l'acqua in una forma? Si può, ma è, appunto, una costrizione. 
Certamente ho più esperienza nel bianco e nero, ma l'acquerello e il colore sono una porta che sto aprendo a poco a poco.



domenica 20 novembre 2016

Sardegna come un Matrix.





"La Sardegna non esiste. Non esistono nemmeno i Sardi. Tutto ció che sai della Sardegna è Matrix: non esistono un milione e 500 abitanti, i paesi, le città, i monti, il Flumendosa, i canneti e i Muggini. Tu stai assistendo a un film. Tutto ciò che conosci della Sardegna non dipende dal tuo intelletto o dal tuo sentire, dipende dalla "narrazione" che viene fatta della Sardegna. Questo vale che tu sia Sardo o Romano o Inglese. Si, hai visitato la natura e la cultura dell'isola, ma sei prevenuto, perché un entità intellettuale che presiede al tuo sentire, di cui non sei assolutamente padrone, ha introiettato nel tuo bagaglio culturale una serie di preconcetti, che dominano persino le tue capacità ricettive. E' per questo che guardi i Sardi con sufficienza, che adori i giganti di Monti Prama ma sotto sotto ritieni superiori e immensamente più suggestivi i bronzi di Riace o il Discobolo di Mirone."
Questo è quello che immagino essere il succo del pensiero di tutti quegli intellettuali che utilizzano la parola "narrazione" nei loro discorsi, articoli o brevi saggi che esaminano la situazione culturale della Sardegna. O per lo meno di quegli intellettuali che intendono, a mio parere, attribuire un potere strumentale o politico a ciò che è narrazione, immagine.
Ogni volta che leggo la parola "Narrazione" mi viene l'orticaria. L'intellettuale che la utilizza rischia di attribuire una fede spropositata a un sistema di concetti, dimenticando la fonte di ogni potere e di ogni forma di creatività: il proprio sentire. Io non dipendo dall'immagine, io non ne sono il padrone, ne sono artefice, come tutti.


Pensavo che la narrazione fosse una prerogativa degli scrittori, dei romanzieri, che appartenesse all'universo della vitalità creativa, dello spirito dell'uomo, del bambino che inventa storie, dell'adulto che parla di se, che si esprime col bagaglio della sua esperienza e delle sue credenze, ed ecco che invece me la ritrovo come il grande imputato, la colpevole dei mali che affliggerebbero l'isola di Sardegna, la grande bugia: ci stiamo raccontando male, peggio, qualcun'altro (il nemico), ci sta raccontando male. Non è importante ciò che siamo e ciò che viviamo ogni giorno, non conta la tua vita, le tue relazioni non contribuiscono al futuro della collettività, è l'immagine che fa tutto questo, e tu non ne sei il padrone, i padroni della tua immagine sono gli intellettuali e i politici. In questo senso l'esperienza individuale è ridotta a un margine insignificante e insensato se non possiede la facoltà di raccontare e di contribuire al grande amplesso della narrazione. Perché secondo questo pensiero, dove il potere si sposta dall'esperienza dell'individuo alla sua immagine, tu che non ti racconti non vali nulla, anzi, non esisti. Sono io, scrittore, artista o creativo che ti domino perchè ti racconto.


I giganti di Monte Prama?
Non ne stanno parlando i media, non li raccontano.
La cultura nuragica?
Raccontata male. Travisata.
I moti antifeudali?
Raccontati male, troppi preconcetti.
La cultura agropastorale?
Raccontata male.
Gli artisti Sardi?
Raccontati male.
Gli operai Sardi, gli gricoltori, gli imprenditori?
raccontati male.

Se qualcosa non va della Sardegna è perchè te la stanno raccontando male. Pare che tutto sia cominciato con Cicerone: è stato lui il primo a raccontare bugie sulla Sardegna, poi hanno continuato
i Pisani, i Genovesi, gli Spagnoli, i Savoia. Per qualche strano motivo hanno riversato sui Sardi tutto il loro malessere e la la loro violenza psicologica creando, tramandando e imponendo il più malefico racconto di tutti i tempi.
Ma se la Sardegna è raccontata male, la Sardegna da raccontare dov'è? Dove la trovo, dove la vivo, dove posso farne esperienza, quale è questa Sardegna autentica? Prima ancora dei Sardi e di un fantomatico popolo Sardo, esistono gli individui, la vita, le persone, che ci sono care a prescindere dalla lingua che parlano o dal luogo in cui sono nate e della cultura di cui sono portatori/testimoni. Allora per parlare di Sardegna bisogna dimenticarla, anche a costo di ucciderla. Dimenticare di volerla raccontare, di volerla dipingere, di volerne fare degli acquerelli. Dimenticare di fare esperienza non in un isola di concetti, ma in un universo vitale fatto di persone, natura, città e paesi. Forse questo è il modo migliore per raccontare qualsiasi cosa, per approcciarsi al fare creativo, a qualunque forma espressiva.


Ogni libro, che sia un romanzo o un saggio, un libro di storia o di folklore che parli di Sardegna è un racconto in cui immergersi, non una favola in cui credere. Ogni spot televisivo, ogni manifesto, ogni maglietta, ogni souvenir, ogni icona sulla Sardegna è una informazione che mi trasmette una emozione che non racchiude  nessuna verità. Nessuno deve salvarsi, nessuno è sottomesso all'immagine; solo chi si butta nell'acqua, o nel ruscello per afferrare il proprio riflesso rischia di morire.
Erano le favole che i genitori ci raccontavano da bambini quelle in cui ci perdevamo, e forse allora si era più consapevoli che quella favola fosse un'illusione in cui perdersi, con mamma e papà che ci davano sicurezza, non il racconto in se. E' il desiderio di trovare una qualche rassicurazione definitiva nel racconto, l'esigenza di trovarvi una sorgente vitale, è questo tentativo, è questa illusione che svilisce il potere creativo della narrazione e la trasforma in un totem da adorare a cui essere asserviti. Nessuno è il custode del totem e tutti ne siamo artefici, esso è soltanto uno specchio distorto nel quale crediamo di tanto in tanto di scorgere noi stessi, e il popolo al quale crediamo di appartenere.
Piuttosto io sono custode del mio sentire, che non precipita se la Sardegna viene rasa al suolo, o se prendo una botta in testa e perdo la memoria. Ecco, vorrei perdere la memoria, non sapere più nulla e poter fare esperienza di tutto ciò che viene definito come Sardo: vedere i giganti di Monti Prama, visitare un Nuraghe, camminare per Cagliari o per Fonni, leggere un libro sulla Sardegna, fare amicizie e vedere che impressioni ne ricevo, cosa sento. Sarebbe la vita, prima ancora di un popolo, quello di cui farei esperienza.
Ma questo non è possibile, nessuno perde la memoria, la si elabora di continuo. L'immagine, la narrazione, non è un mezzo di trasporto, piuttosto un combustibile. Nessuno ne è il padrone, essa appartiene a tutti e se ti dai da fare per cambiarla ne sei già schiavo.