mercoledì 18 ottobre 2017

Arte o spettacolo. Zombi robotizzati o umani zombizzati, qual è il problema?



Stamattina, mentre facevo colazione sorseggiando tè e mangiando i biscotti del mulino Bianco immerso nella piacevole lettura di un libro di Jonathan Franzen, con la coda dell'orecchio ho captato la voce di un un cronista del giornale radio mentre diceva che la cappella sistina era "Un grande spettacolo del rinascimento". Questa frase ha turbato il relax intellettuale del primo mattino e mi ha immediatamente messo in allerta.
Perché una frase apparentemente innocua (nient'altro che un cumulo di onde sinusoidali, una sequenza di vibrazioni nell'aria) è riuscita ad attirare la mia attenzione e mettere in ebollizione le connessioni neuronali? Che cosa ha risvegliato in me, quali contenuti psichici ha messo in subbuglio? Quali turbe mentali ha attivato? Il conflitto edipico e la suzione mammellare prematuramente interrotta? La fase anale frustrata da un padre troppo severo? Chissà.


Le illustrazioni nel post sono di Samuel Daveti.       www.mammaiuto.it



Ma Indaghiamo seriamente, andiamo oltre Freud e l'interpretazione dell'invidia del pene.
Mi piacerebbe tirare in ballo il situazionismo e Guy Debord, che sono stati dei punti di riferimento importanti nel mio percorso artistico, ma per giustificare e dare un senso alla tensione che ha suscitato in me la frase del giornalista, sarebbe pubblicamente scomodo e obsoleto rifarsi a Debord e la critica situazionista, tirare in ballo citazioni pompose e capriole concettuali ardite. Inoltre le avanguardie sono decisamente demodè di questi tempi e il ricordo del loro slancio utopico sembra ormai suscitare uno spazio di disperata malinconia negli artisti contemporanei, quando non addirittura una vera e propria compassione accorata. Quindi le citazioni ad effetto non sarebbero semplicemente scomode, ma persino insoddisfacenti a livello personale, perché persino io, come il buon Guy, se persisto a dare uno sguardo al panorama della cultura e della società contemporanea, mi sento portato a un buon colpo di archibugio alla testa, la mia testa. Dunque perchè seguire delle orme che conducono al suicidio? Piuttosto, per approfondire i motivi che sono alla base della mia allerta bisogna davvero fare un salto in se stessi e raccomandarsi al ben più conosciuto, simpatico e cinepopolarissimo Yoda, il pupazzo più saggio dell'universo, e in particolare al suo motto principale: "Usa la forza", nel mio caso la forza interiore che non dipende da concetti altrui, ma piuttosto se ne serve di riflesso, proprio come uno Jedy si serve della spada fluorescente per distruggere il nemico.





Ed eccomi qua, nella mia forza, a pormi domande impossibili: quand'è che un affresco, un'opera d'arte, diventa uno "spettacolo"? E quale è la differenza tra uno spettacolo e un'opera d'arte?
Considerando che la cappella Sistina era riservata a importanti uffici tipo l'elezione del Papa e altre cose papali di alto rango per me incomprensibili e considerando che essa è collocata all'interno del palazzo apostolico, ovvero la sede del Papa, possiamo porci una domanda: siamo sicuri che nel 500 un umile contadino, artigiano, fabbro o panettiere, potesse godere liberamente dell'elevato "spettacolo" offerto dalla cappella Sistina? Perché per "spettacolo" solitamente si intende proprio questo, cioè un lavoro creativo destinato a un pubblico eterogeneo. Mentre nella cappella Sistina, per quello che ho capito io, potevano entrare solo sacerdoti, vescovi o importanti personalità ecclesiastiche. Dunque in quel periodo la cappella Sistina parlava non all'umile, al popolo, ma agli stessi capi religiosi che si automagnificavano attraverso gli affreschi di Michelangelo.
Mi piacerebbe sapere quando la Cappella Sistina ha cominciato ad essere un luogo pubblico a disposizione dell'immaginario collettivo, e poter essere ammirata da tutti. E mi piacerebbe entrare nei panni di un sacerdote o di un contadino dell'epoca per vedere se, avendo la possibilità di visitare la Sistina, la percepissi come uno "spettacolo". Perché in fondo è questo quello che credo: che parlare di spettacolo rispetto a un qualsiasi affresco rinascimentale sia in qualche modo non pertinente e... forse un po' limitante.
Ma a prescindere da chi potesse entrare o meno nella cappella, e dunque a prescindere da quanto possa essere etimologicamente corretto l'utilizzo della parola "Spettacolo" nel caso della cappella Sistina, ciò che mi interessa è prendere spunto dalla suddetta frase per ampliare la mia scoppiettante riflessione.





Un opera d'arte non è fatta per soggiogare, incantare, condizionare o intrattenere, questo è solo il lato esteriore dell'opera. Nello spettacolo invece, questi ne sono gli obiettivi primari, il fulcro e l'interesse centrale del lavoro. Lo spettacolo è a disposizione dell'arte, ma l'arte non è disponibile allo spettacolo. Un'opera d'arte può essere spettacolare, ma non uno spettacolo. L'arte crea un varco, è una porta verso i paesaggi interiori, quelli capaci di lasciare un segno al di là delle collocazioni storiche, al di là dei modelli concettuali di riferimento. Sono maggiormente attratto dal raccoglimento, non dalla provocazione. La buona opera d'arte ti sollecita al di là della provocazione dei sensi tanto cara allo spettacolo. Di fronte a un'opera voglio sentirmi sveglio, teso, stimolato, ma in pace con me stesso, per i tormenti interiori abbiamo una folta schiera di psicologi a disposizione; se un'opera ti tormenta, è probabile che tu sia una persona chiusa, che rifiuta qualche lato della propria sensibilità. Non ho bisogno che l'arte mi provochi, sono già abbastanza aperto alle provocazioni che la vita quotidiana mi offre. L'arte risveglia, e la provocazione, quando c'è, è solo una dei suoi tanti aspetti.

Ho amato le avanguardie e le amo ancora, e tra queste sopratutto il Dadaismo e Antonin Artaud: qualcosa del Dadaismo e di Artaud è in me - forse il bisogno di giocare con l'arte e il desiderio di libertà assoluta?
Com'erano seducenti il teatro della crudeltà, il carattere aggressivo delle avanguardie, la disperazione esistenzialista, l'evasione surrealista, l'antagonismo dell'immaginazione al potere! Atteggiamenti spontanei, utili a colpire e frangere le dure barriere del conformismo dittatoriale del secolo scorso, o in taluni casi, come per il futurismo o le avanguardie russe, a supportarne torbidamente quegli aspetti della società che allora potevano apparire nuovi e attraenti. E lo spettacolo era uno dei mezzi di cui le avanguardie si servivano per incidere nella società e nella cultura, che esse si proponevano di cambiare, di plasmare, di orientare.






Ma le avanguardie non sono più quel punto di riferimento importante che erano nella seconda metà del 900. Oggigiorno non avvertiamo nulla da abbattere, non vediamo un conformismo da colpire, una rivoluzione da seguire, non crediamo in un futuro da immaginare. Rispetto ai tesissimi anni del dopoguerra o ai primi decenni del 900 ci sentiamo un po' tutti zombizzati, siamo alla deriva, e non si vede un alito di vento ad increspare il mare. Ma in fondo perché issare le vele al cielo se l'aria è ferma e il mare calmo? Perchè non godersi il sole e farsi cullare dal lieve dondolio della barca?

Oggi sentiamo l'esigenza di guardare altrove, ma dove?

L'arte e gli artisti non sono più dei rivoluzionari, piuttosto degli esploratori, e anche un po' acciaccati, perché talvolta appaiono invischiati e coccolati dalle trame dei "curatori" d'arte. Per non dimenticare le avanguardie e tenere vivo il loro insegnamento credo che si possa interpretare la "crudeltà" di cui furono portatrici come la capacità di essere sinceri e profondi nel lavoro artistico. L'arte d'oggi non è crudele, è patinata, come la gioiosa alienazione dell'uomo moderno che si concepisce come un sensibile robot disposto a tutto, ma come può un robot essere sensibile? Il robot non sente nulla, il robot non è tormentato, il robot fa quello che gli viene detto, quello per cui è programmato.
L'arte é per l'uomo, e non è mai abbastanza, non è mai soddisfacente, mentre lo spettacolo è per i robot, è la loro carica, il loro programma di lavoro, e cosa sarebbe un robot senza spettacolo? Quello che è: un meccanismo privo di funzione, un insieme di ingranaggi, chip, cavi elettrici e software. E un uomo senza arte cosa sarebbe? Non somiglierebbe forse a un robot che ha bisogno di spettacolo per mettersi in funzione?

Siamo come zombie robotizzati affamati di spettacolo ed eventi, alla deriva nello spazio illusorio della condivisione emoticonizzata, nell'attesa di un domani che non arriva, e segretamente, scappiamo dal burrone dandoci bacetti, strette di mano e sorrisi.

domenica 17 settembre 2017

Una settimana ad Arborea.




E' passato un bel po' di tempo da quando ho cominciato a disegnare dal vero - circa due anni - e adesso posso dire di conoscere davvero bene tutto il circondario di Oristano, o per lo meno, di averlo esplorato in lungo e in largo.
 Per cercare nuovi scorci e nuove vedute ho battuto ogni stradina sterrata della periferia cittadina, in macchina e in bicicletta, ho adocchiato il retro di ogni condominio che si affacci su canneti o  prati, e diversi campi incolti o coltivati hanno ospitato la mia ombra e il mio cavalletto. 
Una volta affrontati ed esauriti i soggetti più vicini alla zona in cui abito mi sono a poco a poco spostato verso sud, verso le distese di risaie, verso il porto e i suoi enormi capannoni ( dove sono tornato parecchie volte e realizzato per la prima volta un dipinto ad olio en pleinair), verso le paludi salmastre ricche d'acqua o imbiancate dal sale, gli stagni, la flora e gli uccelli che li popolano, le pinete, i campi coltivati a grano, i canali di irrigazione, ed eccomi arrivato ad Arborea.




Il canale che attraversa la via principale del paese.




I tetti di due strutture e del campanile della chiesa che si affacciano sulla principale piazza del paese.



La prima volta che vidi Arborea ero un bambino delle scuole elementari, ci andai in gita scolastica. 
Ricordo una strana sensazione di quella giornata; mi sembrava di essere in un luogo lontano da casa e fuori dal tempo, e forse, per la prima volta in vita mia, ho creduto di trovarmi fuori dalla Sardegna. Ma per un bambino di sei anni quale ero io cosa poteva essere la Sardegna? Non certo un luogo geografico o una cartina appesa a un muro quanto piuttosto qualcosa di familiare e di "conosciuto".


"La locanda del gallo bianco", un albergo storico che si affaccia sulla piazza del paese.



Un Ficus enorme si staglia nella piazza del paese, sullo sfondo le scuole elementari.



La passeggiata che costeggia un tratto del canale.



Ma oggi quella sensazione di disorientamento è decisamente attutita se non sparita del tutto, e si accompagna, semmai, ad un opposto sentire; quando passeggio per le vie di questo paese mi sembra quasi di sentirmi a casa. Saranno le ville storiche in stile neogotico e liberty, le belle architetture del mercato civico e delle scuole?  
Arborea appare compostamente immersa nella natura. Sopratutto lungo la via principale in cui scorre il canale abbellito da ninfee e pesci rossi, incorniciato da due file di Alberi e aiuole, fiancheggiato da una pista ciclabile e dalla passeggiata su cui si affacciano le ville storiche e il palazzo della Società Bonifiche Sarde anch'essi circondati di verde.   
Mentre disegnavo tranquillamente di fianco al canale, oltre alle macchine e ai trattori che passavano lungo la via principale, di tanto in tanto sentivo i rumori dei pesci che cercavano da mangiare tra le ninfee, lo sbattere d'ali dei piccioni che facevano la spola tra i tetti, gli alberi e le sponde del canale, sentivo il rumore delle foglie degli alberi mosse dal vento, poi vedevo qua e là qualche gatto zampettare stancamente o riposarsi all'ombra di qualche aiuola, e sopra tutto un forte odore di concime animale di cui l'aria era costantemente pregna.
Insomma, il verde e la natura:  questi giorni mi ci sono sentito immerso tal punto che ho sentito la necessità di aggiungere una nota di questo colore ai miei disegni, per sottolineare, con cautela, la naturale vitalità del paese. 


Ex silos, e sulla sinistra, il vecchio mulino.



Uno studio delle linee di forza, una sperimentazione  realizzata con le matite colorate suggeritami dalla ricca vegetazione del paese.




Mi è sembrato, andando a disegnare ad Arborea, di tradire i miei soggetti prediletti: aree urbane, palazzi, strutture industriali, grandi architetture, luoghi desolati o abbandonati. Arborea infatti è troppo rilassato per i miei gusti artistici, troppo serena, troppo perbene, troppo benessere, troppa natura.
Ma, come detto sopra, avere esaurito i soggetti interessanti in qualche modo mi ha costretto a esplorare una nuova dimensione, altri soggetti, altri temi, altre atmosfere. 
Credo che il bianco e nero si presti in qualche modo a narrare e raccontare il soggetto, mentre il colore abbia una maggiore capacità introspettiva; il bianco e nero racconta, il colore esprime. Un bravo pittore che attraverso l'esperienza arrivi a conoscere la vita del colore potrebbe abbandonare i soggetti e lavorare sull'astratto col calore emotivo e con lo spirito, o continuare a servirsi dei soggetti come semplici spunti per lavori capaci di esplorare a fondo l'animo umano. Dall'esperienza del fumetto ho ereditato la necessità di raccontare o mostrare qualcosa dell'epoca che vivo, un soggetto riconoscibile da tutti. Ma poichè alla fine è sempre dell'uomo che si parla e non solo di ciò che è capace di costruire, è altrettanto importante per me che un lavoro riesca a parlare al di là del soggetto, attraverso quel tratto e quelle dinamiche visive che esprimano la vita di quegli  sconosciuti e intoccabili stati dell'animo custoditi in chissà quale recondito spazio interiore. Un famoso fumettista Italiano, Gipi, ha detto di aver trovato il proprio stile nel momento in cui ha smesso di cercarlo, e in fondo credo di essere in qualche maniera vicino a questo stadio della mia esperienza artistica, e questo mi fa sentire un po' disorientato, turbato, insoddisfatto e privo di riferimenti sicuri, ma in questo spazio di incertezze che non è altro che il fuoco della natura umana, credo che risieda la maggiore libertà espressiva che si possa chiedere a se stessi.    




Appunti.

Una seconda veduta realizzata con l'aggiunta di macchie di acquerello verde.



















domenica 9 luglio 2017

Come nasce un acquerello. Tutta la brutale verità, dall'intenzione alla firma.








Arriva per tutti prima o poi nella vita il momento in cui, chiusi nella propria disperata solitudine, ci si domanda una volta per tutte: "Come nasce un acquerello?". Non preoccupatevi a darvi una risposta,  e se la troverete sarà solo una risposta illusoria, e poi perchè darsi pena se tanto ho io la risposta che fa per voi?
Innanzi tutto, per facilitarmi il compito intendo parlarvi di un unico caso: come è nato questo acquerello che ritrae uno scorcio di piazza Roma.

Cominciamo subito con la prima fase:
1) il concepimento, altrimenti detto "ispirazione" o intenzione.

Come sapete mi ero già dato il compito di disegnare diversi scorci della mia cittadina. Avevo già dipinto una veduta di Piazza Roma dal vivo, ritornando più volte nello stesso posto alla stessa ora, dipingendo la Torre di Mariano in primo piano, il palazzo So.Ti.Co sulla destra e Via Dritta sullo sfondo, ma non mi ritenevo soddisfatto, la Piazza è importante e mi sarebbe piaciuto lavorarci ancora, ma quando? E da quale prospettiva? Inoltre sapete bene che io sono un amante delle torri piezometriche e delle strutture moderne, mentre le vestigia antiche e le "Piazze rappresentative" non sono in cima alla lista dei soggetti che prediligo, si che una certa dose di pigrizia debilitava non poco questa mia volontà, già maldestramente alimentata da un quasi sadico e perverso senso del dovere e da una biechissima e ben poco affascinate - udite udite - prospettiva di vendita.
Ad ogni modo, un giorno come tanti, verso le sette e mezza del pomeriggio (siamo nel mese di Giugno) mi ritrovo ad Oristano per non so quale motivo, e non ricordo neppure se sono a piedi o in macchina, ricordo solo che mentre sbuco dalla Via Figoli in Piazza Roma rimango affascinato non solo dalla prospettiva ma sopratutto dal modo in cui la luce alimenta quella prospettiva: la luce è come la mamma, se non ce l'hai la tua vita è grigia, anzi, senza la mamma non esisti proprio, la luce è l'amore. Ed ecco che la luce dava quel potere eterno che l'uomo non è in grado di concepire, quell'energia che dona bellezza a qualsiasi cosa. Finalmente anche Piazza Roma mi appariva degna di un po' di attenzione.

Mi fermo qualche minuto ad osservare e già valutare il punto migliore da cui riprendere il soggetto: una fila di edifici su cui il sole calante proietta l'ombra delle palme che ornano la piazza conduce lo sguardo verso la Torre di Mariano, sullo sfondo il palazzo So.Ti.Co. con un lato abbagliato di luce e un lato in ombra che dà risalto alla torre splendente di un giallo/arancio vivo.
Dipingere tutto questo non è facile: primo perché dovrei mettermi proprio all'uscita di due ristoranti, praticamente in mezzo alla gente che mangia, secondo, ci sono macchine e furgoni parcheggiati che precludono la vista, e terzo, avrei a mala pena un'ora a disposizione perché questo è il tempo della luce calante e per di più non ho mai lavorato seriamente in questa fascia oraria.






Fase 2: i preparativi e l'inquadratura, la scelta vera e propria del soggetto.

Qualche giorno dopo, o forse qualche settimana dopo, ritorno sul posto per osservare con calma la piazza e familiarizzare col lavoro. Comincio a "memorizzare" la luce, perché viste le difficoltà che il lavoro presenta, decido di lavorare in studio.
Riprendo tutta la piazza, scatto diverse foto e una volta a casa le unisco insieme con un programma di fotoritocco professionale che si chiama Photoshop. Inizialmente il mio approccio "documentaristico" mi ha fatto pensare che avrei dipinto una bella fetta di piazza con la strada, le macchine e tutto il palazzo SoTi.Co. abbagliato di luce. Poi però, fermandomi a riflettere ho capito che c'era davvero troppa roba in ballo e ho deciso di concentrarmi sulle palme, sugli edifici in primo piano e sulla Torre, uno scorcio già abbastanza suggestivo.
Ovviamente dipingere da una foto è completamente diverso dalla pittura dal vivo: i colori della foto non sono i mutevoli e vivi colori della "realtà", ma sono colori "morti", fissi. Quindi la prima cosa che faccio è lavorare sui colori della foto col programma di foto ritocco per restituirgli quella luminosità che l'automatismo del cellulare non ha colto. Rallegro le ombre restituendogli chiarore e una vena di azzurro/blu,  ravvivo di giallo le parti inondate di luce, e lavoro sull'azzurro del cielo.
Adesso la foto ha acquisito un pizzico di anima cromatica, questo non mi servirà a copiarla paro paro con gli acquerelli o a cercare "il vero", quanto a vivificare il soggetto secondo la mia esperienza visivo/percettiva. Intendo dire che la bellezza del soggetto è prima ancora nella mia memoria ed è da lì che mi servo per elaborarlo, prima ancora che dalla foto.






Fase 3: il disegno

Una volta chiarito il soggetto e marcato l'obbiettivo cromatico si può cominciare a lavorare sul foglio. Comincio con un disegno a matita molto chiaro delle principali componenti del soggetto e passo una maschera liquida per mettere al sicuro, riparandole dal colore, le parti più in luce e quelle componenti importanti che potrebbero essere "sporcate" dalle prime fasi del lavoro.






Fase 4:

I primi "bagni" che riguardano il cielo e i colori più chiari degli edifici, le luci "deboli".






Fase 5:

Una volta asciugato il colore e il foglio lavoro ad un primo bagno delle ombre.






Fase 6:

Di nuovo, aspetto che il colore e il foglio asciughino per poi passare ai dettagli; le finestre degli edifici e i balconi, rafforzo e animo il colore e la materia la dove occorre, in particolare sui merletti della torre, sui cornicioni e sul muro in ombra del palazzo in primo piano.
Dal momento in cui ho cominciato a dipingere saranno passate tre ore, l' ottanta per cento delle quali passate ad osservare il lavoro. Mentre dipingo cerco di stare concentrato e di non perdermi sui dettagli. Quando lavoro ascolto il "risultato" cercando la compostezza e l'armonia dell'insieme, badando che ogni pennellata sia sintonizzata al contesto cromatico e formale ( per quanto l'acquerello possa essere considerato, tra molte virgolette, nemico della forma). Credo che questa attenzione sia la base di ogni lavoro artistico. Il soggetto, "insignificante", acquista qualità e sapore quando tutte le parti parlano tra loro creando quella vitalità che sorprende l'occhio e lo spirito.

Fase 7:

A questo punto posso togliere le maschere e dedicarmi alle palme in primo piano. Il lavoro ha già un suo impatto e devo stare molto attento a non appesantirlo, e purtroppo è proprio quello che accade: le palme che dipingo chiudono lo spazio e sono troppo scure e rigide rispetto alle altre forme. Questo guaio succede per ben due aquerelli! Soltanto al TERZO tentativo riesco a dipingerle in scioltezza assieme alla chioma di un albero, cercando di ottenere quel senso di freschezza, aria e movimento che le palme conferivano al soggetto nella realtà.
Il lavoro però appare un po' spento e con poco contrasto, ombra e luce non sono accordate tra loro: è il momento di vivacizzare il giallo e l'arancio delle luci degli edifici e della torre, è rischioso ma mi sembra necessario, d'altronde che cosa non è rischioso con l'acquerello? Procedo e il risultato è buono.

Fase 8: accorgimenti finali

Continuo ad osservare il lavoro: c'è ancora qualcosa su cui intervenire.... mancano i due lampioni... e poi cosa? Le palme non mi convincono. Cerco di dargli concretezza con un po' di rosso nella parte finale del tronco e un filo di arancio nelle foglie.
Ora sono soddisfatto ( si fa per dire). Nell'ultima parte del lavoro passo una tinta bianca (ecoline) sulle cornici delle finestre del palazzo in primo piano e sul lato illuminato dei lampioni.
E' fatta, il lavoro è concluso.









domenica 4 giugno 2017

Milis e San Salvatore di Sinis.

Avevo detto che sarei andato a Cagliari a dipingere e disegnare dal vivo. Be, ci sto lavorando, è un lavoro lungo e impegnativo. Intanto in queste ultime settimane ho avuto l'occasione, grazie a un paio di lavori su commissione, di visitare il novenario di San Salvatore di Sinis e fare diversi lavori su questa affascinante borgata del comune di Cabras, un luogo dal sapore messicano che in passato, nell'epoca degli "spaghetti western", venne spesso utilizzata come scenario di diversi film di questo genere.   




Per restare in tema di paesini sono stato anche a Milis, un piccolo e curato comune alle pendici del
Montiferru famoso per i suoi agrumeti e sopratutto per le arance. Ho dipinto questa piazzetta in 
cui sono spesso di passaggio, e che da qualche tempo mi ispirava un lavoro dal vivo.
 Ma veniamo a San Salvatore.




Una veduta della schiera di casette del novenario, incorniciata dallo spiovente della chiesa di San Salvatore.




Una "Ruga" del novenario. In sardo sa ruga è "La via".





Un'altra via di San Salvatore, ripresa tra le dieci e le undici del mattino, il sole batteva forte e i moscerini danzavano fastidiosamente sulla mia pelle.





La schiera di piccole casette che si affacciano sull'unica, grande piazza, poco prima del tramonto.





Uno degli acquerelli su commissione  che ho realizzato con piacere, cominciato sul posto
e terminato in studio.




 

Per finire... La mia prima giornata al mare in località Santa Caterina di Pittinuri, una grande insenatura, circondata da roccioni calcarei che cadono a picco sul mare, favoloso.


domenica 23 aprile 2017

Serbatoi dell'acqua, palme, aziende agricole e Piazza Eleonora.

Tempo fa mi ero riproposto di disegnare gli scenari Oristanesi, cioè i luoghi della città di Oristano che più attiravano il mio sguardo. E così ho fatto. Volevo in qualche modo registrare ciò che vedevo e vivevo a modo mio, con gli strumenti che conosco e che so utilizzare meglio.




Serbatoio dell'acqua di Sa Rodia.




Come amante dell'arte, del disegno e del "vedere" disegnerei qualunque cosa, o quasi, pur di assaporare la bellezza di quella cosa, la bellezza di un momento, la sua purezza. Perchè forse per un disegnatore la bellezza è anche e sopratutto questo: raccogliersi in quell'attimo, in quel momento di concentrazione o di liberazione in cui finalmente il vedere è anche un sentire, un sentire nuovo e disvelatorio. Perchè il nostro sguardo è naturalmente corrotto. Corrotto da noi stessi, da quelle anime transitorie che siamo. Non è una accusa, un giudizio o una critica delle "Futilità umane", non è un pensiero banale, è una verità nascosta dai nostri fragili equilibri. 




Azienda agricola di fronte allo stagno di S'Ena Arrubia.




Potrei disegnare il muso di un gatto, potrei disegnare una bistecca, potrei disegnare il ritratto di un personaggio famoso, una caffettiera, dei fiori illuminati dalla penombra e sentirne i colori, la luce, vedere e percepirne la bellezza. Peccato che questo non accada. Non sempre un soggetto per quanto bello o interessante riesce a catturarmi, forse sono io che non mi lascio catturare, nell'ansia di trovare una libertà seguo invece le mie catene e chiudo gli occhi sulle cose. Altre volte vedo il fascino nei miei disegni ma non lo vedo in ciò che ho disegnato.  




Idrovora dello stagno di S'Ena Arrubia.




Ad ogni modo, a parte il discorso sulla magia del "Vedere", così transitoria, labile e inafferrabile, raccontare la "mia" città e i suoi dintorni è stato comunque una bellissima esperienza che si sta avviando alla conclusione. Difatti i soggetti che più mi interessavano li ho disegnati tutti, 
quelli che davvero mi affascinano ci sono anche tornato diverse volte, dipinti ad acquerello e disegnati con le penne o visti da angolazioni differenti.
E' il caso dei serbatoi dell'acqua, di cui ho pubblicato diversi esemplari in questo post.




Torri dell'acqua in Via Vandalino Casu.




Villa Eleonora, ex casa di Vandalino Casu.




Come ho già accennato sto pensando di spostare il mio lavoro sull'area metropolitana di 
Cagliari. Be, lì c'è davvero tutto ciò che desidero: Palazzi moderni, strutture industriali, cavalcavia, strutture portuali, un bel centro storico, i castelli, i colli cittadini da cui osservare la città. Non potrei desiderare di meglio. Tra l'altro non sono nemmeno soggetti semplici... i palazzi sono belli grossi, vie cittadine lunghissime... panorami estesi... forse sto prendendo sottogamba la difficoltà e l'impegno che richiederanno certi soggetti. Riuscirò a trasferire su foglio le dimensioni cagliaritane? 
Oristano è piccola, Cagliari ha altre misure, altre grandezze. 
Ad ogni modo ci proverò e vedremo come si svilupperà la cosa. 
Sarà un lavoro lungo... 




Piazza Roma vista da Via Tharros.




Piazza Eleonora.





Una Via del quartiere San Nicola.




Via Giovanni Spano.

sabato 22 aprile 2017

Un articolo di giornale dedicato al mio lavoro.

Mi fa molto piacere che il il quotidiano La Nuova Sardegna si sia interessato ai miei disegni e acquerelli grazie a Roberta Fois, che riassume efficacemente lo spirito del lavoro che faccio in questo breve articolo:
"Oristano, quegli acquerelli che raccontano la  città".

giovedì 30 marzo 2017

Nei pressi del porto di Oristano.

In questa ultima settimana sono stato quasi tutti i giorni al porto di Oristano, alla ricerca di nuovi luoghi, di grandi strutture, fabbriche, silos, gru, navi merci, capannoni enormi, fiumi, campagna, erba, stagni, paludi, mare, spiaggia, pescatori, mucche, canneti.





Le zone industriali mi hanno sempre affascinato, l'area industriale del porto di Oristano non è molto vasta ma è comunque suggestiva.










Questi due capannoni sono enormi, ciascuno è grande quasi quanto un campo di calcio.
Non so a cosa servano, tra l'altro sono inutilizzati, dentro sono completamente vuoti.
Sembrano due giganti addormentati al tramonto. due giganti tranquilli.





Lo stabilimento della "Sarda Perlite". Questa struttura non si trova al porto, ma tra la foce del Tirso e la borgata marina di Torregrande. Si erge a ridosso della spiaggia, quasi in riva al mare, in un paesaggio che io definirei Pasoliniano. Ho deciso di disegnarla in poco tempo; circa 45 minuti, o mezz'ora, non ricordo.









Due acquerelli che ritraggono le strutture adiacenti il canalone del porto di Oristano.
Ho deciso di non disegnare il cielo e il mare per dare risalto alle forme e alle geometrie, un soggetto fatto di cubi e parallelepipedi.





Di fronte a questo canale che collega lo stagno di Santa giusta al golfo di Oristano c'era una distesa di cespugli e canneti, un soggetto con cui devo ancora fare i conti, che non sò bene come rendere. Eppure qua è pieno di canneti, paludi, erbe, cespugli di vario tipo molto belli, un paesaggio che mi piacerebbe trasmettere su carta, ma è molto difficile. La zona tra il porto e Arborea è tutta così, è molto bella, sopratutto in questo periodo. In questo lavoro mi sono aiutato coi carboncini.





Dipingere con l'acquerello è molto bello, ma devo ancora impostare la giusta marcia, sento che con l'acquerello si può crescere, sia tecnicamente che umanamente. L'acquerello è un maestro, va rispettato, va ascoltato, lasciato libero; se lo lasci libero ti insegna. A volte mi infastidisce, con quei suoi colori che quando si asciugano perdono la saturazione che hanno mentre sono ancora bagnati sul foglio. Mi infastidisce quando i colori si asciugano subito, non prendono la forma che vorrei dargli,
e allora vorrei controllarli; a volte funziona, a volte è utile e necessario, altre volte non serve assolutamente a nulla, anzi, è peggio. Altre volte si raggiunge un equilibrio tra il "controllo" e il lasciar essere dell'acqua. Probabilmente l'acquerello insegna proprio questo, la libertà dell'acqua sul foglio è una metafora della libertà umana. Come si può costringere l'acqua in una forma? Si può, ma è, appunto, una costrizione. 
Certamente ho più esperienza nel bianco e nero, ma l'acquerello e il colore sono una porta che sto aprendo a poco a poco.